21/01/2009

Spero che il Molise ci annetta

C’è una premessa. Credo di averlo già scritto da qualche parte, sicuramente lo ripeto spesso a chi mi conosce, che questo discorso delle radici legate ad un luogo non mi è mai appartenuto molto. Le mie radici sono molteplici e mutevoli, e forse in quanto tali perdono la connotazione stessa di radice. Sono negli spazi che attraverso e nelle persone cui mi lego. Anzi, dirò di più, la “radice” nel senso comune del termine, quando si utilizza per inquadrare e definire le coordinate valoriali di ognuno, lo ritengo un concetto potenzialmente molto negativo. Potenzialmente, sia chiaro.

Dunque quanto sto per scrivere non è la conseguenza della percezione di un legame tradito, non è un’esplosione emozionale, non il frutto della delusione dopo false aspettative e non risente di alcuna ideologizzazione di sorta, né in positivo né in negativo.

Il fatto è che io, in questo momento, vorrei vivere in un luogo diverso dalla mia regione, l’Abruzzo.

E non è solo per la cantilena di arresti che ha recentemente coinvolto personaggi noti e meno noti della dirigenza politica locale, è per molti, molti altri motivi. È per l’incapacità di tutti di preservare una natura bellissima; per l’arroganza della persona che siede due piani sotto di me, che se le fai notare che non sta facendo il lavoro per cui è pagata ti risponde che tanto lei nel pomeriggio farà merenda col Presidente; è per le telefonate che tocca fare quando quel che ti spetta di diritto non si ottiene; è per la tristezza di constatare che quando qualcuno più giovane di me mi chiede: che faccio, resto o parto? Io gli dico sempre: parti; è perché un sabato sera si può fare il giro dei cinema di due province (ma l’esito sarebbe stato uguale nelle altre due) e constatare che in quattro multisala, delle quali TRE con più di 10 sale, si possono vedere film come Natale a Rio o Beverly Hills Chihuahua e non c’è traccia di Valzer con Bashir; è per la rabbia cieca che mi assale quando qualcuno mi dice: sì, tu ti lamenti, ma tu che fai?

Io faccio molto, faccio il cittadino onesto, lavoro, sono gentile con le persone, rispetto le regole, cerco di non inquinare, porto il mio contributo ogni volta che mi è possibile e cerco di farlo al meglio.  

Non basta? Non basta questo per avere il diritto di dire che vivo in un luogo che non mi piace? Amministrato da gente che non mi piace, circondata da una cittadinanza che molto spesso non mi piace? A mio avviso sì, basta. Questa idea deleteria che solo chi è politicamente in prima linea acquisisce diritto di critica io la detesto dal profondo del cuore.

Stamattina mi han detto che sono disfattista, il che per me rappresenta una interessante novità, perché di solito mi si bolla come ottimista.

Il passaggio è intrigante, uno di quei rari e notevoli casi in cui passando da un’etichetta a quella opposta il risultato non cambia. Infatti, se sei ottimista ci si aspetta che tu non critichi nulla e nessuno, perché sei ottimista e il mondo ti sorride; se sei disfattista le tue critiche non contano perché sei disfattista e per te va sempre tutto male. D'altronde cosa aspettarsi da un paese che gli stati d’animo li ha sostituiti ai programmi di governo, che se discute della crisi economica argomenta sulla necessità di essere ottimisti o pessimisti invece che sulle soluzioni concrete.

Bene, io sono ottimista e disfattista, a tratti pessimista e non di rado fatalista, e a prescindere dalle mie disposizioni d’animo dico che la mia regione fa attualmente raccapriccio sotto molteplici punti di vista.
E al siloniano Che fare? Io rispondo un sonoro NON LO SO. Non spetta a me trovare soluzioni collettive, io ho soluzioni individuali che influiscono, sotto la mia diretta responsabilità, sulla collettività. E me ne curo.
Se io butto la carta nell’apposito cestino e un amministratore consente – per dolo o incapacità – che una discarica avveleni le acque, non c’è stato d’animo che tenga, io sono un bravo cittadino e lui un delinquente.
E in Abruzzo, in questo mometo, di delinquenti ce ne sono molti.
di filointermentale at 11:47:00 Commenta:

16/01/2009

2009

Ricomincio da qui, dalla voglia di scrivere che anche quest’anno sembra non mi debba abbandonare, da questo tempo difficile in cui le scadenze si ammucchiano e le scelte si fanno difficili.

Ma contrariamente ad una logica previsione, tutto questo non mi preoccupa. Ho energie per portare a termine i miei impegni e serenità per scegliere al meglio.

I mesi di silenzio sono stati mesi di lavoro. Il vecchio detto che chi semina raccoglie non mi si addice particolarmente, che sì, ho seminato abbastanza, ma sto raccogliendo molto. Forse era semplicemente una buona annata.

Ho lasciato Istanbul e l’ho ritrovata triste e bella come sempre. L’ho lasciata ancora e so che di nuovo la ritroverò.

Nel mondo si spara e si uccide, l’Italia annega nello sconforto della sua pochezza e nonostante tutto abbiamo dei sogni.

Abbiamo anche un gatto, che è come questa vita, ci graffia e ci stupisce.
di filointermentale at 19:17:00 Commenta:

11/04/2008

Il vecchio cammina piano accanto a un muro, poco lontano dal lago di Iznik, Nicea, la città del famoso primo concilio in cui si decise, nel 325, che Dio e Gesù Cristo sono fatti della stessa sostanza. Alla faccia degli ariani, non quelli di Hitler, quelli di Ario.

Il nostro a sua volta vecchio amico lo ferma, si presenta con la sua gentilezza salesiana e gli chiede come si arriva alle mura. Lui non sembra avere molta voglia di rispondere alla sua domanda, in compenso ha molta voglia di chiacchierare e inizia a raccontargli cose che non capisco. Mi sembra normale, io non capisco sempre tutto e inoltre penso che il suo forse non è turco, che magari parla un qualche dialetto stretto. Non ha neppure tutti i denti. Ma non sono solo io, neofita della lingua. Nessuno di noi capisce. Eppure lui cerca di spiegarci, gesticola pacato, ci indica luoghi all’orizzonte e ci mostra la sua busta di plastica. Tira fuori un foglietto da una tasca, il suo discorso ci sembra così piano e oculato che ci incanta, restiamo in ascolto senza capire nulla, guardiamo il suo foglio stropicciato cercando di decifrare strani segni che lui ci mostra. È un monologo che ha la gravità della scena teatrale, e come spettatori paganti lo rispettiamo in silenzio. Sono cinque minuti senza tempo, che vanno oltre la lingua, oltre la comprensione, oltre gli sguardi, che si reggono sul nulla. E si disintegrano nello sguardo severo e veloce di un ragazzino che passa in bicicletta. Ci urla Lasciatelo stare, è pazzo.

Grida a noi ma guarda lui e tutti lo guardiamo senza capire chi voglia rimproverare.

di filointermentale at 14:18:00 Commenta:

05/04/2008

Da un tavolo


Questo posto non ha nulla di eccezionale in effetti. Chiunque sia passato per Istanbul ci avrà posato un attimo gli occhi sopra, perché il quartierino è chic, pieno di ristoranti e caffè indicati sulla lonely planet. Qualcuno si sarà anche seduto a bere un çay, un tè, anche se i suoni che sento intorno sono prevalentemente quelli del turco, di queste quattro vocali in più rispetto alle nostre che rendono questa lingua inizialmente così ruvida alle nostre orecchie. Sono seduta in equilibrio instabile davanti a un tavolino di ferro che pende, offrendomi il pezzo di mondo più prossimo alla mia pancia tutto in salita. Vengo qui tutti i giorni, per una mezz’ora. Tiro fuori un blocchetto di fogli A4 tagliati alla meglio in quattro parti e scrivo. Potrei scrivere a casa, certo, seduta comodamente alla scrivania mentre sbircio fuori dalla finestra l’unico momento della giornata in cui il perpetuo ritmo frenetico sembra rallentare, anche se impercettibilmente. Ma preferisco qui, con il sorriso amico dell’uomo che oramai mi porta il mio té chiaro senza che io lo chieda. Mi piace godere di questo piccolo segno di familiarità in una città che continua a sfuggire, come gli occhi dei mille gatti che la dominano, che sono di tutti e di nessuno, che ti vengono incontro ammiccanti ma sempre pronti a volgere lo sguardo altrove. Ma ancora di più mi piace godere di questa nuova solitudine, di questi mesi in cui alzo lo sguardo e non vedo facce amiche o ostili, solo facce nuove, volti a cui chiedere qualcosa e da cui aspettarmi di udire qualcosa di mai ascoltato, dopo troppo tempo di stesse facce e di uguali parole. Ho ascoltato così tante vite da sentirmi più vecchia, come se ogni volta una piccola parte degli anni che mi raccontano si attaccasse ai miei, rendendoli più pesanti e consumandoli più in fretta. Istanbul non ha mai fine, ma non è solo la geografia che la rende immensa, è soprattutto il suo labirinto di esistenze che ogni giorno la ridisegna diversa, a seconda che si ricordi l’amore o l’odio la ricostruisce meravigliosa o terribile. E come ogni labirinto che si rispetti è inevitabile perdersi. Vago per ore ogni giorno fra le più svariate calligrafie, fra macchie di inchiostro, illeggibili note a margine e fra le rughe del volto dei vecchi.

Poi alla sera mi siedo a questo tavolino cercando di riordinare le idee. Ma soprattutto vengo qui per mettere un punto alla fine delle parole, per alzare gli occhi e guardarmi intorno, per vedere facce a colori e scambiare quattro chiacchiere sul presente e sul futuro.

Fra un mese esatto torno a casa, ma non  è ancora tempo di bilanci.

di filointermentale at 02:33:00 2 Commenti

22/01/2008

viola


centinaia e centinaia di pagine di scrittura fitta, mesi di fascismo, racconti di vita quotidiana, pagine di patria, di orgoglio, di guerra, oggi con i piccoli balilla celebriamo l'impero in africa...
e poi all'improvviso fra mille righe è spuntata una viola.
ha 70 anni e un mese.
probabilmente l'ha messa lì un giovane insegnante nato nella provincia di nuoro, se è stato lui a raccoglierla o se qualcuno gliel'ha regalata, questo non lo sapremo mai.
di filointermentale at 22:13:00 2 Commenti

19/12/2007

due alla volta


La nota ditta di agende dovrebbe spedirmi almeno un panettone a Natale, se i suoi bilanci sono in attivo è anche grazie a me, che oramai da anni sono entrata in un tunnel di carta e neanche vedo la luce alla fine, tanto ci sono dentro. Ho comprato la versione rossa, limitata… sì, certo, limitata a me e ad altri milioni di drogati di carta. L’ho comprata con la seria intenzione di tornare a casa e trascrivere per benino tutte le cose ammucchiate nella pagina del 31 dicembre dell’agenda tuttora in uso, nera. Ma non l’ho fatto ancora, perché un po’ temo la sitematizzazione di un’infinita serie di impegni che mi attende. Finché li terrò tutti nella stessa pagina, non avrò la percezione del tempo che scorre fra uno e l’altro. Quando li trascriverò sulla nuova agenda dovrò fare i conti con i mesi, le settimane e i giorni, e vorrei rimandare il più possibile…

Il fatto è che ultimamente ho seri problemi a pianificare, a scrivere, non riesco, non mi concentro, non riesco a scrivere quasi nulla, incluse le robe di lavoro, e questo potrebbe costituire un problema molto serio da qui a un mese circa. Per esorcizzare il blocco dell’azione, accumulo gli strumenti utili al suo espeltamento: supporti, penne, raccoglitori di ogni genere oltre ad un rapporto col pc oramai morboso e malato.

Eppure se solo riuscissi, quante cose potrei scrivere in questo periodo. Interi archivi inesplorati mi stanno passando per le mani, nomi e volti di intere famiglie. Di ognuna vorrei scrivere qualcosa, qualcosa che ci aiuti tutti a ricordare, a capire. Oggi ho trascorso tre ore a casa di una signora armena, seduta su un divano centenario come lei a parlare di soldi mentre sgranocchiavo un cioccolatino armeno. Anzi due, perchè mi ha spiegato che se ne regalano due, mai uno solo. Parlava di soldi con il volto duro, con gli occhi attenti di un manager. Çok para! Troppi soldi! Le ho detto, contrattando un affitto, un armadio, un letto. Lei parla italiano, perché aveva amici italiani, parla francese, perché ha studiato dalle suore francesi, parla spagnolo, perché è scappata in Argentina. Parliamo di soldi, di contratti, di gas, poi, non so come, forse parlando delle sue conoscenze linguistiche, le dico delicatamente che lai appartiene a un mondo colto, che ha sofferto molto. Ho aperto una ferita e una speranza. Il suo volto si è trasformato e i suoi occhi si sono accesi. Lei come lo sa? Mi ha chiesto. Ho letto dei libri, conosco poco della crudeltà che ha accompagnato la vostra storia, ma so che è esistita. E allora lei mi ha detto insegnami la nostra storia, perché noi non la conosciamo.

Continuamente rifletto sull’utilità e la responsabilità di chi si avvicina alla storia, ma mai come oggi avevo percepito il peso reale di questo mestiere. Bene, scriverò.

 

di filointermentale at 11:44:00 Commenta:

08/11/2007

una città, infinite città

Il mio amico mi chiede se andiamo alla fiera del libro, certo, rispondo, dove si fa? Qui ad Istanbul, dice lui. Gli chiedo come ci arriviamo, lui mi dice che ci sono dei bus navetta. Ok, prendiamo il bus navetta. Lo scassatissimo bus navetta per arrivare ci ha messo un’ora e mezza di superstrada. Viaggiare per un’ora e mezza su una superstrada e rimanere nella stessa città… (incluso il traffico, certo, va bene, ipotizziamo senza traffico: viaggiare per un’ora su una superstrada e rimanere nella stessa città…) mi ha procurato un senso di vertigine.

Ma siamo davvero rimasti nella stessa città? Ma che diavoleria è mai questa? In 15 minuti di traghetto cambio continente e sono in Asia, ma resto in città. In un’ora e mezza di autobus mi sembra di attarversare Rimini, la peggiore periferia romana, la piana di Navelli, incantevoli villaggi, ma resto in città. Se entro in ognuno degli appartamenti del palazzo in cui vivo, mi trovo a Venezia, a Trieste, a Taiwan, in Germania, in America… ma resto nel mio palazzo, in città.

Istanbul non si può raccontare, è questa la verità. Perché ogni Han, ogni Apartment, ogni Sokak è un mondo a sé, che a volte è meraviglioso, a volte è un incubo. E se provi a raccontarlo scivoli inesorabilmente dentro quei luoghi comuni che noi progressisti tanto aborriamo. E comunque lasci fuori qualcosa che sarebbe sicuramente importantissimo dire. Ma se non racconti di questi mondi, senti pesante la responsabilità di non rendere gli altri partecipi del fatto che esiste un luogo la cui vicinanza al nostro di sempre ci sorprende, la cui distanza dal nostro di sempre ci sorprende.

Chiedo a una venticinquenne brillante studentessa turca cosa pensa della questione curda mentre mangiamo un hünkar beğendi (e pensare che in tutto il resto del mondo io odio le melanzane). Mi dice che l’integrità territoriale è sacra, mi chiede perché in Italia il Sudtirolo non è uno Stato a sé. Bene, parliamone. Ne parliamo un’ora, i curdi sono turchi e resteranno turchi, uno Stato ce l’hanno già. Che poi in realtà loro non vogliono uno Stato diverso, sono solo vittime di un complotto internazionale. Americani bastardi. Stop. Chiedo a un’altra brillante venticinquenne studentessa turca cosa pensa della questione curda mentre guardiamo una mostra di pittori che hanno ritratto Costantinopoli nei secoli e mi dice che i curdi uno Stato di fatto ce l’hanno già, che sono curdi e non turchi, altrimenti non chiederebbero di essere curdi e basta, che la violenza è inutile, che la Turchia prima o poi cederà.

Due voci di infinite voci, e noi stiamo sempre lì a pensare ma i turchi che dicono, ma i turchi che pensano, come se Iturchi fosse qualcuno. Ma Glitaliani che ne sa in realtà?

...sono le 12:00, dalla finestra del posto in cui sto lavorando entrano le voci dei muezzin che si rincorrono dai minareti. Accanto alla mia stanza, una suora in abito laico intona con la chitarra Abbiamo contemplato o Dio le meraviglie del tuo amor, i ragazzini cantano tutti fuori tempo. Si prepara la messa di Natale...

Questa città è un groviglio: posso scegliere di perdermi e farmi trasportare o di individuare i miei percorsi, le mie mete e chiudermici dentro. È una città faticosa, che per 15 metri puzza di schifo e di merda e per i 15 successivi profuma di rose. Ha una metro nuovissima, pulitissima, in confronto quella di Roma fa rabbrividire, poi fai cinquecento metri e incontri bambini che ti strappano via l’anima dal corpo. Ma a Roma non è lo stesso? No, non è lo stesso. Qui è come vivere in un centro nervoso, ogni piccola interferenza scuote tutto il sistema. Qui quando la gente discute di politica non è per dire Berlusconi è un nano Prodi è una mortadella, si parla di paure, della difesa di sistemi che preservano - qualsiasi essa sia - la condizione della propria vita. Qui quando le donne mettono uno striscione non è per pretendere le quote rosa ma per far sì che diminuisca il numero di suicidi indotti fra le mura di casa.

È stato inutile cercare di capire subito questa città. Sono arrivata convinta di avere la mente come una enorme spugna secca in una pozzanghera, l’acqua presto si sarebbe esaurita e io avrei avuto ancora sete. Scevra da pregiudizi di sorta, pensavo che avrei presto potuto confermare quanto fossi scevra da pregiudizi di sorta e raccontare la vera Istanbul. E invece è da un mese che lotto quotidianamente contro uno strano senso di ambiguità, contro l’incapacità di vivere qui come se vivessi in un qualunque altro posto del mondo, contro il dubbio se questa incapacità è figlia del fatto che davvero qui non è come un qualsiasi altro posto del mondo o se la mia mente forse non era poi così libera.

Qualche giorno fa nuotavo indisturbata in questi alti pensieri seduta su una panchina alla fermata del tram. Siccome sono un genio sono arrivata qui con una sola maglia pesante e per non soffrire il freddo mi sono messa addosso più o meno tutto quel che avevo in valigia con un risultato, lo ammetto, piuttosto naif. Accanto a me se ne stava seduta assorta in chissà quali altri pensieri una ragazza velata. Una signora grassa si avvicina come quando allo zoo si allunga il collo per vedere le belve feroci e strilla in italiano alla sua amica: ma lo vedi queste due ragazze turche come incarnano le contraddizioni di questo paese?

Menomale che ci sono i cretini* a ricordarci che tutto il mondo è paese.


 

* a proposito dei cretini in vacanza ad Istanbul, troverete un’esilarante descrizione in un bel libretto che si chiama Nero Istanbul (De Propris, ed. Fazi)

di filointermentale at 20:01:00 3 Commenti